di David Nieri

Forse la latitanza della letteratura, in questi tempi moderni che corrono, e cioè l’ampio respiro che la contraddistingue dal semplice intrattenimento, si spiega con la difficoltà che incontra nell’imprigionare un attimo, congelarlo per poi espanderne significati, odori, sensazioni. La realtà ci sta sfuggendo di mano, sguscia via troppo velocemente dalle nostre giornate, e oggi più che mai il valore di un buon libro è declinato in base alla sua capacità di divertire, al potenziale taglio cinematografico, a tutto ciò che oltrepassa la realtà senza esserne
espressione. In effetti mancano, o sono sempre più rari, i romanzi che ti si appiccicano addosso senza avvisarti, che entrano a far parte dei tuoi pensieri, delle tue giornate, delle tue emozioni.
Un caso letterario, così è stato definito a più riprese dalla stampa l’esordio letterario di questo giovane autore. Incuriosito, ho deciso di acquistarlo non senza difficoltà, considerato che le copie della prima edizione erano andate a ruba. Come tutti i “casi” mi sono preparato alla lettura con un misto di aspettativa (poca) e scetticismo (molto), nella consapevolezza che tali fenomeni si sono spesso rivelati – a giudizio del sottoscritto, per carità – dei maratoneti dal fiato corto. Niente da fare, ci risiamo, mi sono detto dopo poche pagine, dopo alcuni capitoli, giunto ormai quasi a metà. L’ennesimo fiasco massmediatico, l’ennesima fregatura.
No. La storia del Remo trentenne, apparentemente senza capo né coda, aveva un inizio e una fine. In mezzo, il mare entro il quale il protagonista si muove, remando controcorrente, alla ricerca della sua isola, della sua vita, del suo approdo. Una storia tragica, devastante. Di una generazione, dell’epoca in cui viviamo, delle fondamenta che sono venute a mancare sotto i piedi di un cammino, il normale percorso di un’esistenza che ha smarrito i suoi punti di raccordo. I suoi pilastri, quelli sui quali hanno poggiato, nel bene e nel male, le generazioni che ci hanno preceduto. Remo non è un ribelle “per principio”, Remo cerca una vita che sia vita, un amore che sia amore, un lavoro che sia un lavoro, una famiglia che sia una famiglia. Ma Remo non ha una vita, Lara non corrisponde alla sua idea di amore coinvolto, complice, folle, imprevedibile, il suo lavoro lo annienta, è la quintessenza di ciò che non sopporta, una finzione rivestita di giacca, cravatta e arroganza, caratteristiche dell’uomo in carriera che nasconde, tramite la violenza psicologica sui colleghi, il vuoto esistenziale che lo attanaglia. La famiglia, che dovrebbe essere un punto fermo, si scopre ostile, rigida nei propri schemi borghesi preconfezionati, quelli che Remo, soprattutto nell’ottica del padre, sta sfidando senza avere il diritto né le capacita per farlo. Unico supporto la madre, che soffre durante i convivi familiari sempre più rari, ma che si ritroverà in pieno uragano a formulare un giudizio che sembra quasi senza appello: “Per te essere normali è un difetto, una mancanza, stai distruggendo la tua vita”.
Essere normali. È intorno a questo interrogativo che si snoda l’intero romanzo. Cosa significa, per un trentenne di oggi, essere normale? Forse arrendersi all’evidenza di una terra desolata che non offre vie d’uscita? O combattere, cercando tra le onde una ragione per vivere e credere, parafrasando una canzone di quarant’anni fa, attuale come non mai? Remo decide di combattere, di seguire il suo istinto, il suo ideale di vita. Che si chiama Naileen, la ragazza conosciuta a Formentera durante una vacanza travagliata, della quale si innamora. Naileen è il sogno, il fremito esistenziale che sta cercando, contro la corrente della “normalità” imposta. Naileen è il miraggio al quale si avvicina sempre di più, tra le tempeste di una ricerca in alto mare, la luce di un faro che scompare quando ormai il lieto fine sembra alle porte. Naileen è l’incarnazione di un’idea, un’isola che alla fine non c’è, o meglio, esiste ma non è raggiungibile. La violenza che la ragazza subisce a Londra – una trasfigurazione in chiave moderna della città fumosa e fangosa descritta da Dickens un secolo e mezzo fa – è la stessa violenza che ha subito questa generazione, privata senza appello di una speranza (e di una libertà, forse solo fittizia, ma pur sempre con un nome). Paradossalmente, è tra i cicli naturali della Valsesia che Remo ritrova se stesso, pagando a caro prezzo il biglietto per acciuffare l’ultimo treno.
Tra i personaggi, tutti ben caratterizzati, spicca l’amico e collega Gul, che nell’arco di tutta la vicenda assume i connotati morali di un titano. Un eroe dei nostri tempi, se così possiamo definirlo, un marito fedele e un padre che ama i figli, un uomo dal cuore d’oro che si distingue per la sua “normalità” nel bel mezzo di una stagione di pioggia senza fine.
Remo contro è il romanzo splendido di un giovane autore in grado di esprimere con assoluta semplicità il malessere di un passaggio, quello all’età adulta. Ma la difficoltà del protagonista non consiste propriamente nel diventare “grande”, bensì nel vivere una vita assorbendone le emozioni, quello che tutti cercano, in fin dei conti, senza limiti di età. È questo a donare un passo superiore a una grande storia che trascende i confini, gli stessi che imprigiona, congela ed espande, sublimandoli in letteratura. Merce rara, di questi tempi.
(David Nieri)
Enzo Gianmaria Napolillo
Remo contro
Pendragon 2009
